Adesso vedi tu che cosa puoi fare

ARMANDO FOSCARINI RICORDA LUCIA DE VITI DE MARCO


[Armando Foscarini vive a Cocumola (Le). E’ stato uno dei ragazzi affetti da poliomielite accolti e curati da Lucia de Viti de Marco (detta “Ora”) nella sua villa di Fregene, dove visse 9 anni, dal 1955 al 1964. Attualmente fa parte del Consiglio della Fondazione. Intervista realizzata alle Costantine il 15/05/2016].


 Come quasi tutti i “pupi”, sono arrivato a Fregene per intermediazione della signorina Giulia che faceva da ponte tra noi e Ora. Era il ’54. E, come tutti, fui sottoposto a una visita da parte del dottor Karl König, un medico steineriano, inventore del metodo Camphill. König mise un veto sulla mia presenza a Fregene, perché mi riteneva un tipo troppo malinconico che soffriva tantissimo il distacco dalla famiglia. Figurati che ero un bambino di 4 anni. Riteneva che io avrei influenzato negativamente gli altri bambini. Ma Lucia era un tipo che non si arrendeva, le sfide le piacevano, e quando c’erano questi contrasti si accaniva ancora di più. Conservavo un foglio scritto di suo pugno con la mia cronistoria, che si conclude dicendo che quel bambino malinconico aveva portato un sorriso nella comunità, e che era stato, al contrario, positivo per gli altri bambini. Per questo con me ha avuto un rapporto particolare, che è durato fino alla sua morte. Sul comodino aveva la mia foto.

 

Così ho iniziato la mia vita a Fregene. La mattina si andava a scuola. Il pomeriggio c’era sempre un’ora o un’ora e mezza di ginnastica. Tutti sul tappeto e Ora ci faceva fare la ginnastica. Poi i compiti e i giochi in giardino. Un pomeriggio era dedicato al massaggio. A turno lei ci massaggiava, e non demandava a nessuno questo compito. Il giovedì invece ci riuniva tutti quanti nel salotto e ci dovevamo fare un’ora di Vangelo. Perché lei era protestante, e aveva un senso forte del messaggio cristiano. Ci riuniva, ci leggeva una pagina, ce la spiegava. La domenica, se la giornata era bella, c’era la classica gita. Lei aveva due macchine: una Studebaker americana e un’Appia, e con quelle ci portava.

 

Io ero eternamente in castigo perché ne combinavo sempre qualcuna. Il castigo consisteva nell’ andare a letto senza frutta. Io non sono mai stato un mangiatore di frutta, ma l’idea di esserne privato mi assillava. Allora mi alzavo dal letto per andare a prendermi la mela. E di sicuro lei me la metteva da parte, perché sapeva che sarei andato a mangiare quella mela, che non mi piaceva. Erano sempre ramanzine, le sue, mai rimproveri duri. Non approvava il parlare ad alta voce e il rimprovero aspro: anche il rimprovero doveva avere una sua dolcezza. Aveva dato ordine che, se uno di noi cadeva a terra, si doveva rialzare da solo. E se proprio non ce la faceva, si doveva chiamare lei. Solo lei poteva rialzarci.

Armando, Gabriella e Teresina sul triciclo per andare a scuola

Armando e Ugo

Armando, 1958

Armandino a Kalamuri prima della partenza, 1956 - fronte

Armandino a Kalamuri prima della partenza, 1956 - retro

Ci curavano il dottor Carosi e il dottor Spadini, entrambi steineriani. Poi venivano regolarmente a visitarci la dottoressa Lott, dall’Inghilterra. Il dottor König, dalla Scozia. Prendevamo solo medicine omeopatiche, le faceva venire dalla Svizzera, o dalla Germania. Dal punto di vista ortopedico ci seguiva il prof. Valletti, il medico del Papa, era lui che faceva gli interventi chirurgici. Immagino che tutto fosse a pagamento. E Ora era sempre presente. Ricordo che una volta ce n’erano 3 o 4 di noi, operati in ospedali diversi, e lei faceva la spola da un ospedale all’altro. Doveva stare sempre all’erta. Il suo ruolo era un ruolo strano, nel senso che pur essendo di fatto una madre, dal punto di vista legale e morale doveva dar conto ai nostri genitori. Sono cose che capisci con il senno del poi.

 

L’estate la passavamo per lo più con la signorina Giulia [Starace, N.D.E.], a Kalamuri. Io ho fatto anche la Prima comunione a casa sua. All’epoca a Kalamuri non c’era la luce. Si girava con i lumi a petrolio. La signorina Giulia ci educava all’autonomia, all’intraprendenza. Ci faceva salire sugli alberi, o ci attaccava alla barca con le funi per farci nuotare. Ci portava con il cavallo da casa al mare, salivamo sul cavallo a turno, gli altri a piedi. Per fare 500 metri ci mettevamo due ore. Sali, scendi, scendi e sali, “ah, ih, ah ih”. Fino a che si arrivava al mare. Allora ci faceva salire tutti quanti sulla barca con il salvagente: “forza Armandino!, forza Cristoforo!, forza Gabriele!”... Finché, ad uno ad uno, riuscivamo salire. E quindi si arrivava al largo, e allora “butta Armandino, butta Cristoforo...”. Insomma il bagno durava 10 minuti, però era passata tutta la mattinata.

 

Per quanto riguarda la personalità di Ora, posso raccontare due episodi rivelatori. Lei voleva che, arrivando a Fregene, non avessimo niente: che fossimo tutti nudi. Faceva lo stesso che fossimo figli di contadini o altro. Ma di fatto eravamo quasi tutti figli di contadini, gente povera che quando veniva a trovarci portava sempre del pane ad Ora. Il pane per lei era sacro, era l’unico regalo che accettava dai nostri genitori. Pochi erano i ragazzi che avevano una famiglia agiata alle spalle, qualche genitore di questi ragazzi aveva anche la macchina. Un pomeriggio Ora attraversava il giardino, mentre un bambino con il padre stava varcando in macchina il cancello per uscire dalla villa. E lei... hai presente quelle gatte che si inarcano a difesa dei cuccioli? Si mise in mezzo: “dove sta andando?”. E il padre: “Porto mio figlio a fare un giro, per passare il tempo”. “Ah, d’accordo. Le chiedo però una cortesia: prima di uscire vada a raccogliere le cose di suo figlio e le metta in macchina. Perché, una volta uscito, quel cancello si chiuderà alle sue spalle”. E, visto che quello si giustificava: “a meno che non prenda due o tre bambini e faccia fare loro un giro, assieme a suo figlio”. Al che lui capì. Caricò due o tre bambini. Appena partiti, lei si precipitò a prendere l’Appia, ci infilò dentro tutti i bambini rimasti, non ricordo, 6, 7, 8... e via! tutti in macchina dietro a lui. Sono cose che lasciano il segno.

 

Un altro episodio che ricordo con estrema lucidità, riguarda un illustre figura del senato. Quando si bandivano le tavole, in occasioni ufficiali, c’era tutto uno schema da rispettare. Ora stava a capotavola, poi alla sua destra seguiva gerarchicamente tutta una serie di personaggi che giravano intorno a questo tavolo tondo. Ma una volta Ora fece sedere me alla sua destra, e alla sua sinistra un altro ragazzo di Fregene. Accanto a me mise un grande personaggio dell’editoria italiana, anche lui antroposofo. E, ultimo del tavolo, vicino al ragazzo che stava alla sua sinistra, c’era l’illustre figura del senato. Il quale, a un certo punto, disse – probabilmente anche in tono scherzoso, non saprei: “Lucia, devo farti un appunto: non hai rispettato l’etichetta, perché alla tua destra doveva esserci il Signor Editore , non un bambino”. Non lo avesse mai detto! Lei si alzò, aveva l’aria inferocita. “Lui non è un bambino. Lui è la sofferenza. E tu ti devi inchinare davanti alla sofferenza”. Questo lo diceva all’illustre personalità. L’umiltà era il suo principio. Lei non si presentava mai a raccogliere gli applausi, a prendere premi. E aveva questa attenzione per tutti. Prima di mettersi il cucchiaio in bocca si sincerava che tutti fossero in grado di mangiare.

 

Quanto alle sue concezioni della donna, dell’amore e della libertà, per l’epoca erano modernissime. Posso raccontare un episodio. Un giorno sorprese uno dei ragazzi che aveva tredici o quattordici anni, l’età dei primi amori, sbaciucchiarsi dietro a una colonna con una ragazza. Fece finta di non vedere e uscì. Dopo un po’ tornò con un plaid dicendo: “mettetevi a terra ché state più comodi”. Stiamo parlando dei primi anni 60. Era molto aperta. Era aperta in tutti i modi.

 

Quando sono tornato a casa, in Puglia, ho sofferto moltissimo. Trovavo il mondo contadino, la povertà contadina. Erano due mondi. Di qua si parlava esclusivamente dialetto, e per me era arabo. Poi a Fregene facevo una vita autonoma. Andavo a scuola, uscivo all’esterno, andavo al bar, o all’edicola, facevo commissioni per Ora. Non sentivo quegli sguardi pietosi su di me, che ho ricevuto qua. Stetti un anno senza uscire di casa. Ero sconvolto. Comunque, alla fine mi diplomai e nacque il problema del mio lavoro. Mio padre insisteva a dire “andiamo da Tizio, andiamo da Caio”. Ma io avevo il mio orgoglio. C’era un mio amico che partiva per la Germania e gli dissi “senti vengo anche io, poi mi fermo a Milano”. Mio padre si mise davanti, ché non voleva che partissi, mi teneva; gli detti una spinta dicendogli: “basta, quello che hai fatto tu lo rispetto ma adesso tocca a me” . E quindi partii con 5.600 lire in tasca e me ne andai a Milano. Sono soddisfazioni!

 

A Milano sono rimasto 3 anni. Lavoravo in una impresa di lavanderia. Ma non ero felice. Io avevo conosciuto la borghesia, ma una borghesia che aveva un respiro spirituale; lì c’era solo quella dei soldi e del perbenismo. Ogni mese, anche due volte al mese, andavo a Fregene dove l’autista di Ora mi aspettava alla stazione e mi portava a casa e viceversa. A quell’epoca i ragazzi erano tutti andati via. Ma durante una visita di Ora, la signorina Giulia le aveva presentato un nuovo caso, una ragazza con la polio, gravissima, che non camminava, e aveva una situazione familiare di massimo degrado: la madre prostituta, il padre alcolista. Tanto disse e tanto fece Giulia, che Ora prese questa ragazza con sé. E la fece visitare da Valletti, l’ortopedico. Valletti affermò categoricamente che nessun intervento le avrebbe restituito la grazia di camminare. E Ora, al solito, la prese come una sfida. Si mise addosso a questa ragazza, con massaggi, contro massaggi, ginnastica... Un giorno ricevo un telegramma di Ora che dice: Sabato ti aspetto a Fregene. Litigammo al telefono, perché io non accettavo il tono imperativo, e lei non voleva spiegarmi la ragione della richiesta. Quando arrivai a Fregene, trovai un’atmosfera cupa. Mentre di solito erano baci e abbracci quella volta: io di qua e lei di là. Io non parlavo e lei non parlava. E le dissi: “senti, ma se dobbiamo stare così è inutile che sono venuto, me ne vado!” E lei: “no, devi aspettare”. A un certo punto si aprì la porta della casa, e c’era questa ragazza che... che camminava.... E Ora mi fece: ”questo è il mio ultimo miracolo. Adesso vedi tu che cosa puoi fare”.

 

Sono sempre stato attivo nel volontariato. Oltre al lavoro in Fondazione, coordino anche un progetto di accoglienza per i bambini della Biellorussia. Alla Fondazione mi sono avvicinato verso la metà degli anni ’90. Cominciai ad avere problemi fisici, a non poter più camminare. Io non mi sono mai considerato un disabile, avevo una gamba rigida, ma facevo tutto, saltavo persino i muri. Ma quando fui costretto a ricoverarmi in una struttura per fare della riabilitazione, entrai a contatto con persone, molti ragazzi, che soffrivano la disabilità. E allora andai dalla signora Chirilli, che al tempo presiedeva la Fondazione, e le dissi che volevo fare qualcosa. Entrai come revisore dei conti. Di fatto, il progetto di Ora era quello di un lavoro con l’handicap. A differenza della signorina Giulia, che nel testamento ha considerato interventi di diverso tipo, dall’ambiente, al lavoro, al sociale, Ora si era concentrata esclusivamente sull’handicap. Quello era il suo pallino fisso. Tuttavia, diceva anche che l’handicap non è solo fisico: l’handicap vero colpisce l’anima. E oggi, quando vedo i ragazzi che vengono seguiti nella Fondazione, uscire con un altro volto, con un altro modo di essere, rispetto a quando sono entrati.... si vede proprio il miracolo. Sono convinto che Ora avrebbe fatto un plauso a questi ragazzi.