E ci divertivamo un mondo

Anna Maria Astuto ricorda Carolina de Viti de Marco, Giulia e Lucia Starace e Lucia de Viti de Marco


[Anna Maria Astuto ha 84 anni. Vive a Lecce, dove ha insegnato per molti anni. Rimasta orfana quando ancora era bambina, fu cresciuta da Donna Carolina, che lei chiama nonna, e da Giulia Starace. Intervista realizzata a Lecce, il 4 maggio 2016].


Lavori ad ago di Carolina de Viti de Marco

Io discendo dalla famiglia di Francesco Starace, marito di Carolina e padre di Giulia e Lucia: mia nonna era la sorella di Francesco, dunque era cognata di Carolina. Nel 1943 rimasi orfana. Così Carolina e Giulia mi presero con loro, al castello di Casamassella: a “Casa vecchia”, come la chiamavamo. Sono cresciuta con loro. Anche quando studiavo fuori, l’estate tornavo a Casamassella. Spesso poi ero a Bari o alla Carmosina da zia Lucia e dalla Costanza, che era per me come una sorella.

 

La zia Lucia per me era speciale. Era fantastica, aveva una disposizione connaturata a fare, a creare; se vedeva una cosa bella, immediatamente diceva: “io la farei così e così...”. La ricordo anche negli ultimi anni, a letto, che faceva disegni e progetti. Aveva persino tradotto dall'inglese un libro di agraria, perché a lei interessava molto la materia. Era un volumone, ma non mi risulta che sia mai stato pubblicato. Io la sentivo come una amica. Potevo dire: “andiamo?”, e lei era pronta. Non era mai pesante. Era intraprendente, sempre pronta a partire. Anche la sua avventura in Sudafrica fu una storia straordinaria! Confessava, a questo proposito, che in effetti non ne sapeva niente di pizzi e ricami: dovette imparare a sua volta, prima di partire e andare a insegnare. Ma era talmente vispa che le fu facile. L’esperienza le era piaciuta moltissimo. Aveva conosciuto tanta gente interessante, tra cui “Zia Con”, con cui era rimasta amica, e che veniva spesso da Cape Town a trovarla, quando ancora viveva a Bari. Aveva già ottanta anni, zia Con, ma era vivace e simpaticissima. Io ero una ragazzina ma loro erano talmente brillanti che mi ci trovavo perfettamente a mio agio. Uscivo sempre con loro; eravamo in quattro: zia Con, la zia Lucia, io e la signora de Secly. Andavamo a comprare i sacchi di iuta per il tabacco, oppure entravamo in qualche negozio sperduto e zia Lucia si comprava qualcosa, uno specchio, per esempio, o altre cose... e ci divertivamo un mondo.

La zia Lucia aveva il carattere di sua madre: era aperta, parlava di tutto e diceva le cose chiaramente. Giulia era un pochino più chiusa: molto retta, sensibile, persino vulnerabile, per la fiducia che riponeva nelle persone. Per questo si intendeva molto bene con la cugina Lucia de Viti: erano simili. La zia Lucia era un’imprenditrice, e lavorava tantissimo: dirigeva la fabbrica di tabacco e il laboratorio di tessitura. Ma anche Giulia lavorava molto: amministrava le terre e le tenute, anche quelle dello zio Antonio (poi ereditate dal figlio James). Alcune masserie, come quella di Panareo, le seguiva lei: era lei che comprava le sementi, si occupava dei lavori, faceva i contratti, le vendite. E della costruzione della villa alle Costantine se ne occupò lei, interamente.

Giulia aveva una intelligenza concreta, a modo suo, e inventiva. Quando la nonna Carolina non poteva più camminare perché era ormai molto anziana, le fece costruire un triciclo perché potesse circolare per la tenuta delle Costantine, che lei amava molto. Ricordo che era verde, tutto di lamiera; ci fece mettere la cappotte, finestrini di vetro – mai di plastica– e un sedile di automobile all'interno.

La nonna Carolina era spiritosa, aveva una grande ironia. Era piacevole stare con lei, anche per me che ero una ragazzina. Insieme abbiamo letto tanti bei libri. Mi chiedeva di leggere per lei, quando si stancava. Leggeva moltissimo, e prendeva nota di quello che leggeva: aveva quaderni zeppi di note e citazioni. Ma ricordo anche un quaderno con le poesie scritte da lei. E poi aveva una agenda su cui annotava tutto: chi arrivava, chi veniva, chi partiva.

Carolina amava molto sua cognata Etta. Diceva che si era intesa con lei più che con la propria sorella. Perché la sorella si era sposata e si era allontanata, mentre con Etta collaboravano, condividevano questa passione per i pizzi e i ricami. E poi parlavano molto, erano legatissime. Andavano assieme per i musei a vedere i pezzi da riprodurre. Ricordo che a casa di Lucia c’erano degli album con i campioni. Etta poi si adoperava per vendere i manufatti all'estero. La nonna comunque era intraprendente... Immaginarsi a quel tempo, mettersi in treno, una donna sola, andare fino a Roma.

A Casamassella c’era sempre movimento: sia per la scuola di tessitura, sia perché c’era sempre un gran viavai di gente che circolava. Era un refugium peccatorum: chi aveva un problema, chi un altro, chi si rompeva qualcosa... Tutti andavano da Giulia. E poi spesso c’erano ospiti. Ricordo bene la moglie di Croce, Adele: era di casa, le piaceva andare in cucina a preparare qualche pietanza speciale. Era molto amica di Carolina. Invece Elena Croce era amica di Costanza, che andava sempre a trovarla, quando passava per Roma. Anche Lucia de Viti de Marco veniva spessissimo a Casamassella. La ricordo anche con il marito, l’avvocato Pecorella. Arrivavano con una macchina decappottabile spettacolare, lunghissima, che aveva un sedile in pelle che si apriva nel portabagagli. Per me era un divertimento, quando venivano. Lucia era una persona molto affabile, molto calda. E l’avvocato Pecorella era brillante, simpaticissimo. Avevamo una bella intesa, noi due. Etta [l’altra figlia di Antonio de Viti de Marco e di Harriett Luthorp Dunham. N.D.R.] veniva meno. Aveva sposato un conte e viveva in Austria. Dovevano amarsi molto. La nonna mi raccontava la morte tragica di Etta: era venuta a Roma a trovare Lucia. Al rientro in Austria, il conte era andato a prenderla alla stazione e le aveva fatto trovare la casa piena di fiori. Ma proprio mentre parlava al telefono con Lucia e le raccontava di questa accoglienza morì, improvvisamente. Per Lucia fu un nuovo enorme dolore, dopo quello che già aveva sofferto con la morte prematura della madre e del marito, che lei adorava.