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TESTIMONIANZA DI CRISTOFORO SANZÒ SU LUCIA DE VITI DE MARCO


[Cristoforo Sanzò vive a Giuggianello e lavora nell'Azienda sanitaria di Lecce nel settore della veterinaria. È stato uno degli ultimi ragazzi accolti e curati da Lucia de Viti de Marco a Fregene. Intervista realizzata il 7 maggio 2016 a Giuggianello]


I pupi nel giardino di Fregene

Io facevo parte del gruppo dei “piccoli”, cioè dei ragazzi arrivati a Fregene in un secondo momento, agli inizi degli anni ’60. Per questo, quando facevo la prima media, rimasi da solo alla villa. La seconda media la feci a Lecce. Poi tornai a Fregene: vivevo e studiavo in collegio, ma il sabato e la domenica li passavo da Lucia. Rimasi lì fino ai sedici anni, studiando agraria. Feci questa scelta anche esortato da Lucia, che sognava di inserirmi nel suo progetto, nell'azienda che avrebbe voluto mettere in piedi. Di cosa si trattasse, è difficile dirlo... E’ difficile trovare le parole per raccontarlo... come si fa a raccontare un sogno? Quello che lei avrebbe voluto fare rasenta la fantascienza. E però, se non sogni non fai nulla.

Quando finii la terza media, mio padre venne a Fregene a prendermi e rimase ospite di Lucia per due o tre giorni. Lei lo portò a visitare alcune delle grandi tenute Maccarese, e diceva: “vendiamo tutto, compriamo una di queste tenute e Cristoforo se ne viene a stare qui”. Ricordo che ci portò con un’Appia. Guidava lei, un po’ pericolosamente. Non accettava il fatto di essere diventata anziana.

Aveva una personalità incredibile. Grande e umile. Non millantava i suoi titoli. Ricordo che le chiesi cosa significasse il termine “marchesa”, che leggevo sulla posta che lei riceveva. Ma lei rispose: “fesserie, fesserie! Avranno sbagliato, non so mica che cosa vuol dire”. Non era certamente una comunista, perché non poteva tollerare il regime totalitario e dittatoriale dell’Unione Sovietica. Però lo era nel senso cristiano. Era per la giustizia sociale. E poi era attenta, sempre attenta agli altri, a cosa fare per far star bene il prossimo. Per esempio a tavola: coglieva l’intenzione del gesto e lo anticipava, porgendoti le cose.

Cristoforo, Armando e Gabriella con il cane Pippo

Ci curava con metodi steineriani. Era una cura dello spirito e dell’anima, congiuntamente al corpo. Erano prescritte due ore settimanali di musica e due di pittura. Anche questo faceva parte della cura. La domenica poi ascoltavamo la musica nello studio di suo marito. Aveva la casa piena di foto di lui. Credo che lo avesse amato molto, e lo rispettava anche nel ricordo. Teneva una cartella per ogni ragazzo, dove segnava nei minimi dettagli, fin dal suo arrivo, il trattamento, i progressi, le problematiche. Spesso mi sono chiesto chi glielo facesse fare... che cosa la spingeva, quale motivazione? Gliel'ho chiesto, ma non ho avuto risposta.

Aveva un gran senso di responsabilità, e un grandissimo rispetto nei confronti di tutti. Pur essendo protestante, ci mandava in chiesa tutte le domeniche, per rispetto verso le nostre famiglie. Rispettava anche noi ragazzi. Non ci umiliava mai. E io ho cercato di fare lo stesso con mio figlio. Ho capito che umiliare non serve.

Aveva un rapporto molto intenso con ciascuno di noi. E ci seguiva, era sempre attenta: magari non ce ne accorgevamo, ma lei ci seguiva sempre, mentalmente. E anche dopo che ce ne andammo, continuava a seguirci, da lontano, a voler sapere di noi, a volerci aiutare a trovare la nostra strada... Quando sono tornato in Puglia ci sentivamo e ci scrivevamo continuamente.

Mi manca molto. Perché spesso mi pesa dovermi confrontare con la mediocrità. Non parlo della questione scolastica, della mancanza di studi. Parlo della mediocrità della mente. Spesso mi sento frainteso. Prendono il mio modo di essere per presunzione. Ma non è questo, è che io sono il prodotto della sua educazione. Lei mi ha allevato, e io porto con me, dentro di me, il suo bagaglio. Per esempio: ero abituato alla sua capacità di intuizione. E allora dopo ti sembra normale pensare che anche gli altri debbano capirti come ti capiva lei: mezza parola bastava. E vorrei che fosse così: a casa, con gli amici, nel lavoro... Avrei voluto che mi avesse insegnato a esprimermi meglio, con più pazienza. Lei questo lo faceva. Era veloce, intuitiva, ti leggeva nel pensiero. Ma poi si spiegava molto bene: impossibile non capirla. A volte mi ritrovo a parlare con lei. E invece non riesco a spiegarmi con gli altri.

Io adesso quando guardo me stesso e la mia vita... penso che lei sarebbe contenta. E a volte anche questo mi manca, poterle dire: “guarda, sono questo, faccio questo lavoro”.