L’utopia che deve farsi carne

GABRIELE MALINCONICO RICORDA GIULIA STARACE


[Gabriele Malinconico, consigliere parlamentare, vive e lavora a Roma. Fin da bambino frequentò assiduamente la casa di Giulia Starace alle Costantine, soggiornandovi nei periodi estivi. Sua madre, la professoressa Emilia Chirilli, aveva stabilito con Giulia fin dall'adolescenza un sodalizio durevole e profondo e un rapporto materno-filiale; si era formata sotto l’autorità intellettuale e morale di Giulia stessa e di Donna Carolina, e aveva condiviso con Giulia tanto gli eventi della vita privata e personale come le aspirazioni e i progetti sociali. Gabriele afferma di considerare Giulia come una nonna. Intervista realizzata il 20 marzo 2016]


Donna Carolina con Giulia Starace ed Emilia Chirilli a Kalamuri

I tratti salienti del carattere di Giulia erano la straordinaria modernità e la generosità, l’altruismo senza doppi fini. [...] Fin da giovane, cominciò a curare i ragazzi del luogo. C’era una estrema povertà – parliamo degli anni Trenta sino al dopoguerra. Aprì un ambulatorio nel palazzo di Casamassella. Aveva qualche nozione infermieristica, ma non titoli [...] aveva però una predisposizione spontanea. I bambini arrivavano e dicevano: “Signorina ha detto mia madre cu me sani”. E lei dove arrivava curava, e se non arrivava riempiva macchinate di bambini e li portava a Lecce o a Bari, dagli specialisti. A volte erano amici e non si facevano pagare, a volte pagava lei, o trovava il modo di sdebitarsi. Questa attività di assistenza l’ha proseguita anche dopo, fino a quando io l’ho conosciuta. Io ho un ricordo, saranno stati gli anni 70. C’era una ragazzina di un paese vicino con una patologia intestinale piuttosto grave. Il medico disse che poteva salvarsi solo con un ano artificiale. Ma Giulia non si arrendeva. “Aspetta, aspetta, non lo fare...”. E in questo si prendeva anche una certa responsabilità. Trovò un chirurgo a Verona che risolse la cosa. Non era più propriamente beneficienza, ma una assistenza basata nel mettere in contatto.

Tutti la conoscevano come persona intrepida. Cavalcava benissimo. Percorreva da sola con il cavallo anche 20, 30 km. Fu una delle prime donne a prendere la patente (a fine anni ‘20, credo). E ancora a 80 anni aveva una guida, non spericolata, ma brillante, precisa, veloce [...] Scomparsa la mamma, donna Carolina, Giulia [...] accellerò la costruzione delle Costantine. Seguì certi criteri, perché già pensava di farne un luogo in cui realizzare il progetto che aveva in testa. Era una grande casa. E ci andò a vivere da sola. La corrente elettrica arrivò solo nel ’74. C’era un frigorifero a gas, ma si usavano sistemi tradizionali di conservazione del cibo, per esempio nelle intercapedini dei muri che mantenevano il fresco. Si illuminava con le lampade a petrolio. Tuttavia non era una forsennata dell’ambientalismo. Quando fu possibile mettere la luce, la mise. Ma sapeva cavarsela anche in assenza di comodità. E trovava il buono nelle situazioni.

Era attentissima alla politica, al dibattito. Una passione civile, più che politica. Era abbonata a un paio di giornali e se poi un giornale la deludeva, cambiava. Passò dalla Gazzetta del Mezzogiorno alla Stampa. La riteneva più interessante, le piaceva di più il taglio.

Credo che il motivo per cui non si sposò sia che non trovò la persona all'altezza. Non aveva bisogno di un marito per forza. Era troppo intelligente per dire: voglio un uomo purché sia. [...] Non era nemmeno una bacchettona, una che si astenesse per principio. Era di certo molto passionale. Ma le passioni le viveva diversamente. [...] La modernità poi non era ostentata, non era gridata. Il loro femminismo – suo, di sua madre, di sua sorella - era talmente incorporato che non aveva bisogno di essere mostrato, insegnato, dichiarato o etichettato. Insegnavano l’indipendenza, a donne e uomini, allo stesso modo. Era naturale.

In questo senso, rimproverava mia madre di crescermi troppo “mammone”. E quando le venivo affidato, per qualche giorno, tentava di farmi filare, di costruirmi un carattere meno dipendente. Oggi penso che aveva ragione. Mi faceva alzare presto, mi mandava il cane a leccarmi e saltare sul letto. Oppure mi affidava al salariato dell’azienda, che si chiamava Camillo, e gli raccomandava di portarmi in campagna, di farmi vedere e conoscere. Lui faceva questo nelle sue ore lavorative, dunque lei pagava per questo. Andavamo in bicicletta fino a Otranto e lui mi insegnava gli alberi, il bosco, l’uliveto. E’ stato molto istruttivo per me che venivo dalla città.

Ma Giulia non aveva la retorica della tradizione locale, della cultura contadina. Riteneva che si dovesse cambiare, e che la gente di qui ce la dovesse fare da sola. Parliamo già degli anni ’60. Il suo obiettivo era di non fare emigrare i ragazzi, ma anche di combattere la cultura assistenziale, promuovendo invece attività autonome. Tutto fu uno sforzo di emancipazione. Un lavoro per questo. Fin da Carolina e la sua scuola di ricamo.

A volte mi coinvolgeva perché aiutassi gli altri bambini che frequentavano la casa, perché insegnassi loro quel poco di inglese che sapevo più di loro, oppure perché facessi delle ripetizioni, quando ero al ginnasio: di geografia, persino di matematica. Si faceva aiutare da me. Mi ha insegnato il senso... della pietas, ma non è tutto. E’ ancora più complesso: la sua preoccupazione, il suo spendersi per gli altri. La gente lo sapeva, la conosceva. Bussavano alla sua porta, a qualsiasi ora, quando c’era un problema. Se poteva, lo risolveva. Ma in ogni caso partecipava del problema, e le persone se ne andavano contente.

Nella rete di contatti di Giulia c’era una comunità di suore francescane laiche fondata da una francescana poi uscita dall'ordine, Valeria Pignetti, che prese il nome di Sorella Maria o La Minore (ma su questa figura e sull'eremo esiste anche una pubblicistica, oltre al volume pubblicato da mia madre su una di loro, sorella Jacopa, ce ne sono vari altri). Una suora piemontese, nata nel 1875, che intorno al 1920 fondò questa comunità religiosa e sostanzialmente anticiparono il Concilio Vaticano II. Ebbero molti problemi; a cominciare dalla povertà. Ma soprattutto, l’ispirazione era di essere un ponte gettato verso altre religioni. Maria fu in contatto epistolare con Gandhi, con Albert Schweitzer, che era protestante; un paio di sorelle erano anch'esse protestanti e poi erano in amicizia con Ernesto Buonaiuti, un prete scomunicato , con la condanna del modernismo. Non so come Giulia le avesse conosciute. Ma stabilì con loro un sodalizio duraturo, non un contatto occasionale. Anche queste erano donne, e donne di spessore.

Giulia cercava affannosamente di progettare e costituire un Centro che prolungasse la sua missione. Adesso con il senno di un adulto mi dico che cercava un modo per sopravvivere a se stessa, ma anche per garantire un futuro ai suoi progetti. Man mano che andava avanti negli anni questa ricerca diventava più convulsa, più affannosa. Cercava sostanzialmente un modello organizzativo. Perché lei non era una organizzatrice. Aveva in mente questo obiettivo, e a volte andava in giro facendo domande anche generiche, perché il suo desiderio doveva incarnarsi in qualcosa che non lo conteneva. [...] Vennero alle Costantine molti stranieri, francesi e svizzeri soprattutto. Lei li studiava. Nessuno le andò completamente a genio. Perché lei era esigente, ma anche perché in lei c’era un profilo di indeterminatezza che respingeva chi invece aveva un modello definito. Era l’utopia che deve diventare carne. E la difficoltà era oggettiva. Non si trattava solo delle sue incapacità organizzative. Tanto che quando morì nel 1984, e incluse nel testamento il lascito della fondazione, non sapevamo bene cosa fare. [...] Ebbe un’agonia lunga, dopo una emorragia cerebrale. Ricordo l’espressione severa che aveva sul viso, da morta. Un’espressione, preoccupata, tesa, che non si sciolse nemmeno quando se ne andò. Tutti avemmo la sensazione che fosse la maschera dell’angoscia, per il fatto di andarsene senza aver messo un punto fermo al suo progetto.