La sfida che abbiamo in animo

DONATO MELISSANO RICORDA LUCIA DE VITI DE MARCO


[Donato Melissano è cardiologo, vive a Cutrofiano e lavora all'Ospedale di Casarano. E’ stato accolto e curato, a Fregene, da Lucia De Viti de Marco negli anni ’50-‘60. Attualmente fa parte del Consiglio Direttivo della Fondazione. Intervista realizzata a Cutrofiano il 19 aprile 2016.]


Mi ritrovai a Fregene a fine anni ’50, tramite una visita preliminare fatta a Casamassella, dove abitavano donna Carolina e donna Giulia, e dove venne donna Lucia insieme alla dottoressa Lott, una medica omeopatica che veniva dall'Inghilterra. Ho trascorso a Villa Pecorella nove anni. Ho fatto lì un anno di scuola materna, le elementari e le medie. Ricordo la grande amabilità di donna Lucia. Era una donna molto bella e distinta, pur nella sua semplicità. Non amava agghindarsi, né truccarsi. Era nobile nell'animo. Una donna eccezionale. Ci ha insegnato a dipingere, non essendo pittori, ad apprezzare la musica e a suonarla. Questo era prescritto dal metodo steineriano, anche se allora noi non ce ne rendevamo conto. Ricordo il grande giardino della tenuta, con i viali per i quali scorrazzavamo, e con i prati pieni di fiori.

Guido, Giovannino e Giuseppe con il dott Konig, 1956

La giornata era scandita da ritmi ben precisi. La mattina ci si alzava, ci si lavava, si faceva il letto, si apparecchiava la tavola e si faceva colazione. E la colazione era la tazza di latte, con del pane e della marmellata buonissima, fatta da donna Lucia con la frutta dei suoi frutteti all'Abetone. Ricordo delle ottime marmellate di ciliege, di pesche, di amarene. Fatta la colazione si andava a scuola. Le elementari le ho fatte frequentate alla villa, con il maestro Ottini che viveva con noi e veniva pagato da donna Lucia. Le medie invece le facemmo alla scuola pubblica. Dopo pranzo dovevamo riposare una mezz'oretta a letto – cosa che non volevamo mai fare – e quindi facevamo gli esercizi fisici terapeutici e i compiti. Poi naturalmente c’era l’ora del gioco. Per uscire a giocare in giardino, si doveva chiedere il permesso a Ora che decideva in base al tempo. A volte, per castigo, qualcuno di noi non poteva uscire. E questo era uno dei castighi più severi. La sera poi, tutte le sere, facevamo il bagno, ci infilavamo il pigiamino, seduti a mangiare e a letto.

Il presepe di Villa Pecorella

Nel periodo di Natale, Ora veniva con dei bellissimi libri che ricordo perfettamente ancora oggi, e che mi è capitato di ritrovare e comprare per le mie figlie, e ci leggeva le favole. Non c’era la televisione. Sempre nel periodo del Natale, nella fase dell’Avvento, c’era la preparazione dei canti, del presepe... e il giorno di Natale, in processione, si saliva su nello studio di suo marito, dove lei aveva preparato un albero di Natale enorme che arrivava fino al soffitto. Alla base era pieno di doni per tutti; dal primo all'ultimo, compresa la gente che viveva e lavorava lì: ce n’era per tutti. Per noi ragazzi il clichet era: un indumento, un gioco, una busta di cioccolatini o di caramelle Rossana.

Da piccoli, consumavamo i pasti nel villino in cui risiedevamo, chiamato “Il Pettirosso”. Quando diventammo più grandi, mangiavamo insieme a lei, alla Casa madre. Lei a capotavola, e tutti noi schierati. Prima di mangiare c’era il ringraziamento per il cibo, poi donna Lucia faceva le porzioni, e ce le passavamo. La frutta si doveva mangiare con forchetta e coltello. E ricordo la fetta di torta con la candelina, nel piatto. Quando cenavamo o pranzavamo nella Casa Madre, il gong annunciava il pasto: suonava il primo gong, poi il secondo, e il terzo gong significava che era già servito a tavola. E ovunque tu fossi il gong ti richiamava.

L’estate si partiva, e c’era tutta una procedura per lasciare la casa che restava chiusa nei due mesi estivi: si incartavano le stoviglie e si coprivano i mobili. Un anno venimmo mandati in Aspromonte, a Santo Stefano mi pare, e viaggiammo in treno di notte, in cuccetta. Per me, che adoravo i treni, fu una grande emozione, e ricordo che stetti tutta la notte sveglio a guardare. Ricordo il traffico, a Villa San Giovanni, per far salire i vagoni sul traghetto. Un’estate, i più grandi, che già frequentavamo le superiori ed eravamo tornati a casa, venimmo invitati all'Abetone e passammo lì una ventina di giorni, con Ora. Era un modo per ritrovarci e per stare con lei. Ricordo le escursioni, ma soprattutto le matte risate... risate da morire!

Finite le superiori, donna Lucia avrebbe voluto che io studiassi medicina a Roma e che continuassi la sua opera. In effetti feci il concorso alla Cattolica, ma non lo vinsi. Dopo laureato, voleva mettermi in contatto con il dottor König e che andassi a formarmi da lui. Ma nel frattempo la sua salute declinava, lei non era più in grado di seguire il progetto, e io non me la sentii di fare delle scelte poco fondate. Lei stessa si rese conto che mantenere in piedi l’iniziativa così come lei l’aveva impostata avrebbe comportato un onere finanziario non più sostenibile, anche perché era cambiato il contesto storico e sociale. E vide l’opportunità di fondere le forze con donna Giulia, con cui aveva condiviso tante iniziative, unendo le risorse finanziarie affinché il progetto si potesse realizzare. Donna Giulia, però, veniva da una tradizione un poco diversa rispetto a donna Lucia: una tradizione di imprenditoria. Per cui le Costantine, oggi, sono la risultanza della tessitura, dell’agricoltura e dell’impegno sociale, quest’ultimo orientato al modello steineriano per volontà di donna Lucia. Lo statuto della Fondazione raccoglie e cerca di sintetizzare questi concetti. Trovo però che per quel che riguarda il terzo settore, quello dell’assistenza sociale, non siamo ancora riusciti a dare pieno compimento al progetto. Io condivido pienamente quanto è stato fatto fino a ora e si sta facendo nella formazione e nell'integrazione dei minori. E’ qualcosa di molto importante. Tuttavia credo che dobbiamo lavorare a un rapporto più stretto e duraturo con le persone che vengono accolte. Penso a una struttura di accoglienza diurna più strutturata, e che sia volta alla riabilitazione, tanto fisica come mentale. L’obiettivo di donna Lucia era quello di riabilitare le persone, i ragazzi, in modo tale che l’handicap fisico non ne pregiudicasse la personalità, la vita. Questa è stata la sua missione con noi: quella di renderci innanzi tutto autosufficienti. Ritengo che avremo dato compimento pieno all'idea di Lucia de Viti de Marco quando saremo riusciti ad avere una struttura di tipo sociale analoga a quella che abbiamo per l’agricoltura e per la tessitura. E questa è la grande sfida che abbiamo in animo.