Metti una mano sul volante

LENA PAIANO E SILVANA RUBRICHI RICORDANO GIULIA STARACE


[Lena Paiano e Silvana Rubrichi fanno parte del gruppo delle tessitrici delle Costantine. Hanno conosciuto, da bambine, Giulia Starace. Qui ne restituiscono il ricordo. Intervista realizzata alle Costantine il 30 novembre 2016]


Pagine del quaderno dei conti di Giulia Starace e Camillo Paiano

LENA
Mio padre si chiamava Camillo, ed era il fattore della signorina Giulia. Veniva alle Costantine con la bicicletta, tutte le mattine, anche la domenica, con qualsiasi tempo. Portava il giornale, perché la signorina non aveva la televisione, e faceva la spesa, a Giurdignano, a Uggiano, girava sempre! Io conservo due quaderni di mio padre con il rendiconto di quello che comprava e quello che spendeva, firmato dalla signorina. Che poi la spesa era: “un cuore di bue per i cani”, il pane, il latte... al massimo un pollo per lei... cose molto semplici. Quando doveva chiamare mio padre, lei aveva accanto all'entrata una bombola di gas vuota, batteva sulla bombola e lui, anche se era lontano, sentiva e diceva: “devo andare che mi vuole la signorina Giulia”.

Mia nonna era rimasta vedova da molto giovane, ed aveva cinque figli piccoli. Quindi mio padre lo prese in consegna donna Giulia. Gli dava da lavorare e lui stava qua. Ma gli insegnò anche a scrivere, e alla fine dei suoi giorni mio padre scriveva persino poesie. Ce ne è una dedicata a donna Giulia. E per lui la signorina veniva prima di tutto, guai a toccargliela. Quando arrivava mio fratello dalla Svizzera e portava qualcosa di particolare, lui subito: “questo glielo porto alla signorina Giulia!”

Quando mio padre e mia madre andavano in Svizzera a trovare mio fratello e mia sorella che vivevano a Basilea, noi venivamo qui alle Costantine, io o i miei fratelli, per chiudere le finestre, caricare la stufa per la notte, e per dare da mangiare ai cani, perché lei ai cani ci teneva moltissimo. E mio padre partendo ci faceva un sacco di raccomandazioni. “Mi raccomando quando chiudete le finestre non le sbattetele, dovete fare piano piano... e quando parlate non gridare! Dovete parlare a bassa voce”. E se noi protestavamo diceva: “ma che vi credete, che lei è come voi?”.

Io la signorina Giulia me la ricordo sempre vestita di grigio, con le camicine bianche e le sciarpe morbide, con i capelli raccolti e sempre con il sorriso. Magari a quell'età non la capivamo. Era già il periodo della tecnologia, lei non aveva la televisione e dicevamo: “ma come, ha tanti soldi e non ha la televisione?”. Sono cose che adesso capisco. Quando mi sono sposata mi ha regalato una lampada che ancora conservo. A mia cognata quando sposò mio fratello regalò una tovaglietta fatta a punta a ago da sua mamma. Mio fratello grande, che adesso ha 60 anni, ricorda che quando aveva quattro o cinque anni lei lo chiamava “Gingingino Gironzolino”, perché era un tipo molto vivace, lo faceva salire sulla Topolino, e gli diceva: “metti una mano sul volante, così sai già come si gira e quando dovrai prendere la patente sarai già preparato”. E facevano la strada da Casamassella a Kalamuri così, con la mano sul volante.

Era una persona molto buona. Se uno doveva andare in ospedale, bastava venire dalla signorina e lei apriva tutte le strade. Per questo era eccezionale. Mio padre mi raccontava che una volta, andando a Kalamuri, sulla strada di Otranto trovarono una ragazza handicappata di una famiglia disgraziata, che stava buttata per terra, tutta sporca. Lei si informò di chi fosse, chiese anche al parroco, e il giorno dopo andarono a prendersela, la portarono a casa, la lavarono... lei poi se ne prese cura. La guarì e la fece studiare.

 

SILVANA
Sono rimasta orfana del papà che non avevo nemmeno un anno. Allora i ragazzi del paese venivano qui a giocare e a volte rubavano le arance. Lo facevano per gioco, ma anche per fame. E mio fratello Gaetano venne anche lui, con degli amici. Li sorprese Camillo, il padre di Lena, e li portò dalla signorina Giulia. Lei seppe che mio fratello era orfano e che veniva da una famiglia in cui c’erano tanti figli, e lo prese a cuore. Lui aveva fatto la terza media ma era stato bocciato e non voleva più tornare a scuola. E lei lo aiutò: gli dava lezioni di italiano, e lo mandava a Minervino a fare inglese; insomma, gli fece prendere la licenza media. Io ero piccolina, perché ho sette anni meno di mio fratello, ma lui mi portava sempre con sé. E lei mi regalava dei soldini, 500 lire, mi ricordo. Quando facevamo le cresime o le comunioni, ci regalava sempre la torta con la ricotta e le bucce di arance. A noi ragazzini non piaceva, ma la si doveva considerare con grande rispetto, perché era una cosa buona e ce la regalava lei. A Pasqua organizzava sempre la caccia al tesoro nel bosco: ci faceva seguire le piste con i bigliettini, e poi trovavamo dolci o regalini fatti da lei.