Tutte le carezze le ho avute da lei

GIOVANNI DE VITO RICORDA LUCIA DE VITI DE MARCO


[Giovanni de Vito ha 73 anni. vive a Uggiano la Chiesa e ha lavorato come impiegato all'Ufficio del Catasto. E’ stato il primo bambino accolto da Lucia de Viti de Marco a Fregene. Intervista realizzata il 9-5-2016 alle Costantine]


Giovannino con la signora Brunelda e Teresina

Mia mamma veniva al castello quasi ogni mattina a fare il bucato, era molto amica della signorina Giulia. Io a 18 mesi presi la poliomielite. Ebbi una febbre fortissima. E mia mamma mi raccontava che un bel mattino mi mise in piedi per vestirmi, ma io non mi reggevo. La gamba sinistra era morta, completamente paralizzata. Quindi lei raccontò tutto alla signorina Giulia, e la signorina Giulia prese provvedimenti per farmi visitare, perché lei e sua sorella avevano tante amicizie, conoscevano tanti medici anche su Bari. E da allora è iniziato il mio calvario. Poi un giorno, era il periodo di Pasqua, arrivò la signorina Giulia a casa mia con un panierino piccolino, e dentro c’era un coniglio con delle uova, e poi un bigliettino dove c’era scritto: “Ho trovato un posto per te!”. E così seppi che dovevo partire per andare da questa sua cugina a Roma. Lei mi accompagnò con il treno, e a Roma, alla stazione, trovammo la Signora che era venuta a prenderci... Ancora la vedo.La signorina Giulia si trattenne a Fregene per un po’, forse per un mesetto. Poi dovette rientrare perché aveva la campagna, doveva preparare i semi per seminare anche lei. Penso che rimase per vedere come mi adattavo, perché non ero mai stato tanto tempo lontano da casa. Quindi fecero una prova, mi misero in condizione di affezionarmi a questa signora. Ma io piangevo sempre... soprattutto la mia preoccupazione era che se un giorno mia mamma avesse voluto venire a trovarmi, non avrebbe saputo come fare. Perché mia mamma era una contadina.

Comunque poi mi feci coraggio e apprezzai, capii che questa donna aveva un grande cuore, che mi voleva veramente bene. E dopo cinque o sei mesi venne un secondo ragazzo da Napoli, Guido si chiamava, e abbiamo cominciato in due. Poi arrivò una bambina, Teresina. Era piccolissima, la più piccola di tutti. Veniva da Otranto, perché la signorina Giulia a Kalamuri, aveva una masseria e i massari avevano questa bambina poliomielitica. E quindi venne ed è stata con noi tantissimi anni. La signora si era particolarmente affezionata a lei, perché era donna: le comprava i vestitini tutti belli... ma a noi anche, eh! Sempre elegantissimi! Più volte all'anno andavamo a Roma, ci portava lei stessa con la macchina e andavamo nei negozi di sua fiducia e ci rivestiva tutti.

Sono rimasto a Fregene per più di dieci anni. Ho fatto lì le scuole elementari e poi le medie. Le elementari le facemmo alla scuola pubblica, veniva un uomo con un triciclo a portarci e a riprenderci. Per le medie, vennero i professori da Roma, ogni mattina diversi professori a seconda delle materie. Quando cominciammo le superiori, io e altri due ragazzi andammo in collegio, a Don Orione, sempre a sue spese. Ma quasi ogni domenica mandava l’autista a prenderci e passavamo da lei tutta la giornata. E poi ci telefonava, o telefonavamo noi, perché ci lasciava dei soldi, per ogni bisogno. E siccome quando telefonavamo dal collegio c’era sempre il custode vicino a noi, avevamo una parola d’ordine, nel caso ci fosse stato qualcosa che non andava bene: “signora come sta il cane?”. E questo era il segno per lei. Immediatamente veniva.

In collegio, giocando a pallone, caddi e mi si gonfiò il ginocchio. Chiamai la signora che immediatamente venne per vedere cosa era successo. E dovettero ricoverarmi. Volevano farmi un intervento. Ma la signora mi mandò a prendere dall'ospedale e mi portò a casa sua e chiese ai suoi medici se era il caso di operarmi e dissero di no, allora fece venire mia madre, perché voleva anche il suo parere, e la fece stare con me. Stetti a riposo, e guarii, senza bisogno di operazioni.

Le spese che lei sosteneva erano tante. Aveva una segretaria che viveva con lei, alla villa Pecorella, e teneva tutta la contabilità. Perché c’era tantissima gente che lavorava per noi. C’era il giardiniere, Peppe, le lavandaie che lavavano le lenzuola, i vestiti, una o due stiratrici, le cameriere. C’era l’autista, che veniva chiamato quando dovevamo andare a Roma per qualche commissione o qualche visita urgente. Poi c’era il maestro Ottini, che ci faceva fare i compiti, e a volte ci portava a fare le gite, e due sue sorelle gemelle, che anche loro stavano con noi, durante il giorno, e ci accudivano. E quindi, giornalmente, un’ infinità di spese.

Il dottor König ci curava, veniva dall'Inghilterra molto spesso. E una volta all'anno, normalmente a primavera, veniva la dottoressa. La signora ogni mattina ci faceva i massaggi. Voleva farli lei, di persona. Diceva che l’impegno che metteva lei non lo avrebbero messo gli altri, e che i massaggi bisogna farli con il cuore. Io le ho voluto un grandissimo bene, e quando ne parlo mi commuovo, perché ho vissuto con lei tantissimi anni, la mia gioventù. Tutte le carezze le ho avute da lei. Non finirei mai di raccontare, tutte le belle cose, le belle esperienze... l’educazione... eravamo felici.

L'Orchestrina dei pupi

Non ci faceva mancare niente. Neanche i divertimenti. Di tanto in tanto veniva l’autista da Roma, ci prendeva e ci portava al cinema o al teatro; qualche volta siamo stati al giardino zoologico... Poi c’era un triciclo guidato da un signore che ci portava a scuola e ci veniva a riprendere, e, se facevamo i buoni, ci portava alla pineta, a giocare nel bosco, o al mare. Avevamo delle ore per dipingere e delle ore per la musica. Lei stessa ci accompagnava, con il pianoforte. Poi ci comprò delle fisarmoniche, il flauto, qualche piano piccolo... mettemmo su un’orchestrina. Lei con il piano cantava, e noi l’accompagnavamo, specialmente nei periodi natalizi. Ci regalava anche libri. Ricordo che avevo Zanna Bianca, Pinocchio. Li leggevamo dopo aver fatto i compiti, o a letto, e ce li scambiavamo.

Le biciclette a Villa Pecorella

Poi qualcuno di noi lanciò l’idea di qualche bicicletta, e ne comprò una, con le ruote ai lati per farci mantenere. E vide che quattro o cinque di noi ce la facevano, e che era anche un buon esercizio per le gambe, e nel giro di poco tempo ce ne fece arrivare cinque o sei. E quindi ognuno aveva la sua bicicletta e correvamo nei viali. Gli spazi dove giocavamo stavano dirimpetto alla sua stanza da letto, e lei ogni tanto si affacciava per salutarci. Ma mai un rimprovero, niente. Se avevamo qualche problema, ci ascoltava. Per esempio una cosa che mi ricordo sempre è che le chiesi: “Signora, ma se un giorno dovessi sposarmi, i figli miei avrebbero i miei stessi problemi? E lei “no no, tranquillo, non c’entra niente!”

Nella tenuta c’erano quattro edifici: la Casa madre, che era la sua casa, una immensa villa, e altri tre villini. I più grandicelli di noi stavano alla Michelina. I più piccoli e le femminucce al Pettirosso. E alla Cicala c’erano le cameriere, le lavandaie e il resto del personale.

La domenica andavamo a casa sua, alla villa, ci riunivamo nella stanza dell’avvocato, suo marito, e giocavamo a tombola; ci premiava con i sacchetti di caramelle Rossana: c’era l’ambo, terna, quaterna, cinquina e tombola, e per consolazione il tombolino. Lei giocava con noi, e voleva sempre perdere. Anche se faceva tombola non lo diceva. Voleva insegnarci che nella vita si può vincere o si può perdere. Lo studio di suo marito era anche la stanza della lettura. Si leggeva insieme il Vangelo. Lei si sedeva sul divano e mi faceva cenno: mi faceva sedere sempre alla sua destra. Ma non perché mi volesse più bene che agli altri, assolutamente no. Mai abbiamo potuto pensare che volesse più bene a uno o all'altro. Aveva solo questa piccolissima preferenza, che per la lettura mi voleva accanto a sé. Forse perché ero stato il primo. Ma eravamo tutti i suoi pupi. Noi invece la chiamavamo Ora, perché venne quella bambina piccola, la Teresina, che non era capace di chiamarla “Signora”, e diceva “Ora”. E per tutti noi è rimasta Ora.

Ho chiamato Lucia mia figlia, in omaggio a lei. Ho a casa una bambola che lei le regalò: la conserviamo gelosamente. Mia figlia mi ha tanto sentito parlare di questa signora, ha talmente visto il mio accanimento, che ne è diventata orgogliosa. E ne conserva la memoria, lavorando qui, alle Costantine.