Un faro

MARIA CRISTINA RUSSO RICORDA GIULIA STARACE


[Maria Cristina Russo è stata giovane amica di Giulia Starace, che ha accompagnato negli ultimi anni della vita. Vive e lavora a Cocumola. Intervista realizzata il 7 maggio 2016 a Santa Cesarea]


Conoscevo Giulia fin da piccola. La vedevo sempre a Natale, a Pasqua, quando andavamo a fare gli auguri a lei e a Donna Carolina. Poi lei chiamava spesso mio zio, che era laureato in scienze agrarie, per chiedergli consigli. Allora lo zio mi metteva in macchina e mi portava con sé; e restavano ore e ore a parlare. La nostra frequentazione continua, assidua e intensa è però cominciata verso i miei 18 anni. Giulia era già alle Costantine, si era appena trasferita. Aveva un cane che si chiamava Rinti, un pastore abruzzese o albanese, sul rossiccio, molto peloso Lo teneva sempre in casa, dormiva nel corridoio davanti alla sua camera. Stava sola, senza luce. Il telefono arrivò presto, lo ottenne prima di tutti, in paese, perché intercettò i tecnici che stavano portando i fili e chiese loro di allacciarla. La corrente arrivò tardi, forse nel 1974, ‘75.

C’era allora tutto un gioco di candele. Io andavo nel pomeriggio, le accendevo le candele, la sera chiudevo le finestre e poi all’ora di cena prendevo la cena e gliela portavo. A quell'epoca stava molto a letto perché aveva problemi alle gambe; il pomeriggio lo passava spesso anche sul divano, che spostava in punti diversi della casa. Ogni finestra aveva un motivi di essere, perché le offriva uno scorcio diverso.

Mi dispiace solo che, essendo giovane, non ho approfondito, non ho chiesto che mi raccontasse le sue storie e quelle della sua famiglia.... sono cose di cui solo dopo si capisce il valore. Comunque si passavano ore a chiacchierare. A volte i miei amici mi chiedevano come potessi passare tanto tempo con una signora anziana. Ma lei mi ha aperto orizzonti che nessuno mi aveva mai aperto. Se sono quella che sono, lo debbo a lei. Era un faro. Faceva già la raccolta differenziata, all'epoca! I piatti non si lavavano con il detersivo, si usava solo il sapone. Tutti gli scarti organici andavano a finire nella terra... nel boom economico della chimica, vedere queste cose era una rivoluzione. Io vivevo in un mondo agricolo, la mia famiglia aveva una piccola azienda e coltivavamo. Ma era tutto a base di chimica. Non c’era altro che la chimica, quello era la risoluzione: i concimi, i diserbanti. Mentre lei preservava e rilanciava tutto un mondo che poi è diventato quello di oggi.

Bisogna insistere sul carattere avanguardistico e coraggioso delle sue scelte. Trasferendosi in campagna, andò a stare nel vuoto: erano gli anni in cui l’agricoltura la fuggivano tutti, tutti se ne erano andati. I massari se ne erano tutti, non c’erano più nemmeno le bestie, lei era sola. Veniva un contadino, Camillo, a curare la campagna. Ogni mattina sistemava le stufe, accendeva il fuoco e raccoglieva fiori e rami per i suoi vasi.

Di lei ricordo la signorilità, l’eleganza naturale: un modo elegante e semplicissimo di fare le cose. A tavola si mangiava tutti insieme, anche con le persone di servizio, perché lei era molto democratica. Amava profondamente le persone, le amava dentro. Aveva una vastissima conoscenza letteraria. Il suo scrittore preferito era Hemingway. Ne parlava sempre, Ma leggeva di tutto e moltissimo. Era fonte di sapere, di curiosità. A volte rimproverava, anche. Se vedeva qualcosa che non andava te lo diceva chiaramente, e intuiva subito, perfettamente, quello che c’era da dire. Era diretta e intuitiva. Scriveva anche moltissimo, aveva una fittissima corrispondenza, anche perché all'epoca era alla ricerca continua del suo progetto finale.

Il suo cruccio, la sua idea continua era di dare un senso alle Costantine. Aveva costruito quella casa perché voleva che il territorio ne avesse dei vantaggi. Voleva che fosse per i ragazzi di Casamassella. Ma nel senso vero della profondità delle cose, non in quello puramente ideologico. E quindi si aggrappava a questo o a quell'altro ente, a questa o a quest’altra scuola, perché potessero aiutarla a mettere in piedi questo faro per i ragazzi, che potessero crescere nel benessere. Questo era il suo lavorio, il suo cruccio, e la sua sofferenza. Perché non trovava il modello giusto né le persone giuste per il modello che aveva nella mente. E spesso incappava in persone che poi la deludevano, per quanto fossero illuminate. Per quel che riguarda il progetto educativo, lei era molto vicina a Maria Montessori, era lei il suo riferimento. La ammirava, le piaceva il metodo. Avrebbe voluto fondare una scuola per i bambini del posto, per dare loro una educazione diversa. Per un periodo venne a contatto con alcune suore francesi, di Taizé. Cercò di avere un indirizzo. E venne anche qualcuno da Taizé a vedere le Costatine, a parlare. Ma poi c’era sempre qualcosa che non funzionava. Anche dalla Svizzera vennero diverse persone, molti steineriani. Ricordo anche di averla accompagnata in Francia, nei pressi di Parigi, nel ’68 o ’69, lei doveva seguire uno stage , sempre per la sua scuola. Ma alla fine c’era sempre qualcosa per cui lei non si fidava.