Un genio autodidatta

GIUSEPPE QUINTO DI CAMELI RICORDA LUCIA STARACE


[Giuseppe Quinto di Cameli, è discendente diretto della famiglia Troysi, cui apparteneva la madre di Carolina de Viti de Marco, Lucia. Dopo la laurea in Fisica, è stato manager di numerose aziende italiane e multinazionali svizzere ed americane. Trasferitosi in Salento, è stato alla guida di importanti realtà industriali, venendo anche cooptato dalla Facoltà di Economia dell’Università di Lecce come titolare per i corsi di Organizzazione aziendale e di Pianificazione e controllo. Abita attualmente nella tenuta della Carmosina, che fu proprietà di Lucia Starace e della figlia Costanza, e ricopre l’incarico di vice-presidente della Fondazione. Intervista realizzata alle Costantine, il 20 aprile 2016].


Lucia Troysi, la mamma di Carolina de Viti de Marco e nonna materna di Giulia e Lucia, era sorella della mia bisnonna, che si chiamava Teresa. Tutto si può ricondurre a un’antenata inglese, Carolyne Sutton, che fuggì in Svizzera con il generale d'Ambrosio e lo sposò. Quando lui morì, sposò in seconde nozze Antonio Troysi, dal quale ebbe sei figli e figlie, tra cui Teresa – che sposò Quinto di Cameli, ed è la mia bisnonna – e Lucia, che sposò Raffaele de Viti de Marco, padre di Antonio e Carolina. Teresa, la mia bisnonna, era molto legata alla nipote Lucia [Starace], la figlia di Carolina. Quando Lucia viaggiò in Sudafrica nel 1910, con la missione di aprire una scuola di ricamo nei villaggi boeri, scrisse moltissime lettere alla zia. Sembra che ne abbia impostata una ad ogni scalo della nave cargo che la portò laggiù, a Cape Town.

Le due famiglie erano molto legate. Mio nonno Carlo era in stretti rapporti con il cugino Antonio de Viti de Marco. Quando Antonio redasse la famosa lettera di pensionamento, per non giurare fedeltà al regime fascista, mandò la minuta a mio nonno perché gli desse il suo parere. E mio nonno rispose semplicemente: “è sufficientemente sintetica”. Il mio prozio Riccardo, viceversa, era molto legato a Carolina, perché passava regolarmente le estati al Castello di Casamassella. Giulia, da parte sua, alla fine dell’estate andava nella tenuta di Santa Anastasia Vesuviana nei pressi di Napoli, a passare “la settembrata”. In seguito, io presi a passare l’estate con la mia famiglia alla Carmosina, dove risiedevano Lucia [Starace] e la figlia Costanza. C’erano due “chalet”, come amavano chiamarli loro, che ci tenevano molto alla discendenza inglese: due casette nel giardino, a disposizione degli ospiti. Lucia si era stabilita alla Carmosina nella seconda metà degli anni ’40, dopo essersi separata dal marito, il professor Donato Gargasole che era un noto medico di Bari: personaggio di primissimo piano nella sanità italiana, un uomo illustre, ma dal carattere fortissimo e violento. Non manesco, ma dalla personalità violenta. Purtroppo si era trovato una moglie che non accettava di sottostare.

La sedia progettata da Lucia Starace

La sedia progettata da Lucia Starace - realizzazione

Lucia, a mio parere, era un genio, anche considerando che era completamente autodidatta. Non so che studi avesse fatto, Carolina le aveva fatte studiare, sia lei che Giulia, questo è sicuro. Ma non aveva di certo fatto il politecnico! Eppure elaborava creazioni, su carta a quadretti, che ancora stupiscono per la perfezione. Una precisione che non ha eguali, nemmeno se messa a confronto con i progetti professionali che abbiamo qui, fatti per il ripristino della struttura: sono cose approssimative rispetto alle sue. Lei faceva lo studio aprioristico completo di ogni opera: la pedata degli scalini della scala di un pozzo, per esempio, quanto doveva essere alta, quanto larga... una cosa minuziosa che solo una persona esperta poteva realizzare. Ha sempre studiato prima di intraprendere qualcosa. E ha realizzato moltissime cose di tanti tipi. Per esempio, progettò un apiario. Ma si trattava di un apiario di cento arnie, per realizzare il quale rivoluzionò tutto il giardino. Creò un muro semicircolare, orientato a tramontana perché le api non prendessero freddo, ne calcolò l’altezza, fece una serie di alveari semicircolari con un corridoio retrostante per poter andare a smielare, poi la casettina per gli arnesi eccetera. Una vera opera d’ arte imprenditoriale. Al centro c’era una colonna con sopra un disco di pietra leccese, tutto a scanalature. E, al centro di questo, un’anfora forata alla base per far sì che l’acqua potesse defluire lentamente lungo le scanalature del disco e le api potessero abbeverarsi. Per costruirlo, consultò decine e decine di libri di apicultura. Tutti in inglese, ovviamente. Su quello non si scherzava. Si documentava, studiava, poi eseguiva.

Un vecchio contadino, che è un bravissimo potatore, dice di aver imparato a potare dalla signora Lucia la quale, ormai anziana, gli si metteva accanto con il suo seggiolino e il bastone e gli indicava i rami da tagliare: “non questo, l’altro, perché lì deve prendere aria, luce...”. E così gli insegnò a potare viti, olivi, alberi da frutto.

Anche nella tessitura fu una ricercatrice e una sperimentatrice. Per quanto riguarda i disegni, per esempio. Molti di questi sono sue riproduzioni di cose viste in collezioni e musei. E in questo Lucia era esperta. Sapeva riprodurre, aveva un’ottima mano. Anche Giulia aveva una buona mano, ma era più una mano da artista, da pittrice. Invece quella di Lucia era una mano tecnica. Sapeva calcolare l’equivalenza di un punto con un certo numero di millimetri. Io ho visto addirittura la mappa catastale di un terreno ridisegnata da lei su tela. I mobili di casa sua li ha disegnati tutti lei, tutti hanno il progetto corrispondente, dettagliatissimo. Con tutti i segreti, gli accorgimenti. Un vero genio. Ho per lei un’ammirazione infinita.

Oltre a questo, dirigeva e amministrava la fabbrica del tabacco che le aveva lasciato suo padre, alla Carmosina, e in cui lavoravano qualcosa come 250 ragazze. Le piaceva molto fare la manager, e lo faceva benissimo. Ma era un lavoro molto impegnativo. A un certo punto, dopo la guerra, elesse un colonnello di cavalleria della scuola di Pinerolo che aveva soggiornato a casa sua assieme a un gruppo di ufficiali dell’esercito che risaliva il Paese, nel 1943, e gli propose di assumere la direzione del tabacchificio. Per lui fece costruire una torretta in cima alla casa, con una stanza e relativo bagno. Poi però lo licenziò, perché non funzionava: pretendeva di dirigere la fabbrica come fosse una caserma, stabilire l’ora per andare al bagno, il divieto di alzarsi, di cantare... ma le donne cantavano sempre facendo il tabacco! E così fu liquidato. La fabbrica alla fine la chiuse, perché il carico burocratico di gestione dell’azienda era diventato troppo “borbonico” e troppo oneroso per una persona come lei, che quell'attività la seguiva per passione, e la manteneva in vita più che altro per dare occupazione alle donne del paese.

Lucia non ha partecipato al progetto della Fondazione. Era un manager troppo pratico, e non ne vedeva la realizzazione. D’altra parte, tutti gli amici esperti, consulenti, avvocati eccetera con cui Giulia si confidava chiedendo un’adesione al suo progetto, le dicevano che non ce l’avrebbe mai fatta a far vivere una Fondazione, perché questa ha bisogno di crescere continuamente, altrimenti muore. Giulia però si ostinò, e condusse una vita quasi miserabile per poter accantonare tutto il possibile per la Fondazione, rifiutandosi per questo motivo di vendere le proprietà, mentre Lucia vendette ragionevolmente alcune cose, per esempio le terre da pascolo, che le davano molte noie. Lucia non ha lasciato la Fondazione, ma ha comunque lasciato un mestiere. Tutte le donne di questi luoghi hanno imparato da lei a tessere. Ed era amata e stimata in modo eccezionale, da tutti. Non era l’amore che nutrivano per Giulia, che era un affetto, un attaccamento. Quello per Lucia era amore misto a rispetto.